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di Carlo Damiani
Treviso 27-05-2003
Mario ci riceve nella sua casa ariosa, spaziosa; in un salotto pieno di luce, alle pareti, sono appesi quadri suoi e di altri pittori (italiani e non) che ama acquistare. Sulla libreria, fra i libri d'arte e i romanzi, mi colpiscono un paio di maschere rituali africane riportate da uno dei suoi numerosi viaggi.
Quella di M. è una personalità estroversa e gioviale, che nei rapporti umani si esprime in calore, franca ospitalità ed immediatezza; ma nell'arte sua (scultorea e pittorica) si traduce in un eclettismo esuberante ed estroso. Fantastici sono molti dei suoi primi lavori: Dal '93 è stato sicuramente uno dei pittori che più ha amato, ed a cui ha forse guardato, quando si è accinto per la prima volta (25 anni fa ormai) a dipingere. Ma di surrealismo solo non vive l'espressione solare del nostro; guardando i suoi lavori infatti irrimediabilmente accorrono alla mente i nomi di De Kooning (il pittore ma anche lo scultore), Pollock (il primo, quello precedente la scoperta rivoluzionaria del dripping), il Picasso più maturo, Appel, J'arn, Basquiat (per i ritratti), Schnabel. Una galleria di nomi e di modi di espressione tutti variamente ed originalmente rivisitati; perchè Mario, questo tiene a sottolinearlo lui stesso - non è un epigono, egli più semplicemente esperimenta, cerca e trova modi di espressione che, dopo più di un secolo di avanguardie ed espressionismi vari, chi si accinge a fare arte oggi, non può astenersi dal rivisitare e ripercorrere, almeno in parte. Gli scultori che ama sono Giacometti, Renoire, Koons; fra i pittori, massimamente Munch, tutti gli espressionisti tedeschi, il movimento COBRA.
Di tutti i lavori suoi che ci mostra, resto affascinato da un volto in bronzo, con occhi chiusi; e M. mi spiega: quello è il primo bronzo che ho fatto, ho lavorato la creta così, bendato, ad occhi chiusi! La trovo semplicemente magica: questa scultura emana tutto il fascino seducente della serie "Gli occhi chiusi" di Redon, ed un silenzio ieratico, inquietante; così lontano dalla solare estroversione di Mario: in quest'opera ha veramente trovato espressione il daimon di Mario, il suo alter ego, il suo gemello oscuro. Perchè M. è soprattutto questo: luce, calore, voglia di vivere. Le modalità che elabora, per esprimersi, sono talvolta così semplici ed efficaci da risultare disarmanti, e divertenti, per la loro ironia: come nelle sue installazioni appunto.
Ma soprattutto rimango stupito di fronte ai suoi quadri astratti: di un espressionismo svincolato da qualsiasi manierismo, rimandano, per certe loro suggestioni, al De Sta più astratto, a certe texture di Dubuffet, al gioco di Mirò, persino ad atmosfere orientali, per la sorprendente felicità e apparente semplicità di certe soluzioni, come nel suo "Torrente", eseguito su più tavole con tecnica mista: prorompente! Ecco: se un lavoro che bene illustra la vitalità di Mario è proprio questo; perchè qui la forza e l'immediatezza d'espressione non sono frutto di ingenuità, ma di una ricerca attenta del mezzo, che infine viene trovato con freschezza d'inventiva, con estro ed eclettismo, conciliando più tecniche e più media.
Da ultimo, prima di congedarci, Mario vuole mostrarmi da un libro d'arte una riproduzione di un quadro di John Martin (1789-1854): un paesaggio romantico, intitolato "Il grande giorno dellÕira", carico di porpora e drammaticità; me lo mostra ammirato: così vorrei dipingere - dice lui. Ma come quel quadro così è già lui: sanguigno - appunto - e irruente, vitale, che sa imprimersi profondamente sulla tela, e nella memoria di chi ha il piacere, e la fortuna, di conoscerlo personalmente.